Dfinity come alternativa ai monopoli digitali
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Dfinity come alternativa ai monopoli digitali

Dfinity nasce contro i Big del digitale ed è la vera e propria realizzazione di una piattaforma aperta, libera, come alternativa all’attuale internet.

Dopo la crisi degli ultimi mesi, l’investimento che imprenditori e aziende stanno facendo nel digitale, è fondamentale per una vera e propria ripresa. Questo progetto, pensato da Dominic Williams, Presidente di Dfinity, lancia la sfida al web in un momento, come sappiamo tutti, davvero particolare.

Un’altra internet è possibile:

Il progetto Dfinity (https://dfinity.org/) sta lavorando in competizione ai monopoli digitali, riservando alle imprese interessanti opportunità per il business.
Parliamo di un’organizzazione no-profit che ha come obiettivo la creazione dell’”Internet Computer”, una nuova tecnologia volta a prendere il posto dell’internet che utilizziamo oggi.
Lo scopo finale è quello di sviluppare un “computer Internet” decentralizzato che diventerà il futuro cloud 3.0.

Internet cambierà, lo sappiamo ormai da tanto e sono certo avverrà. Una grande rivoluzione, che porterà alla probabile morte del www. Noi imprenditori non possiamo che valutare questa possibilità con enorme attenzione, curiosità e con la predisposizione a coglierne i vantaggi.

Una rivoluzione per noi cittadini, imprenditori, da monitorare con attenzione.

Introducendo degli algoritmi in grado di proteggere gli utenti dagli attacchi del web, Dfinity sta ottimizzando la sicurezza e l’efficienza della rete. Lo scopo finale è quello di abilitare un nuovo protocollo di trasmissione in grado di soppiantare il World Wide Web., il famoso www.

Nel mirino ci sono naturalmente le grandi piattaforme digitali come Google, Amazon, Microsoft, Facebook che hanno sostanzialmente occupato internet. Infatti, la percezione è quella di un luogo dove oggi è difficile trovare spazio senza rischiare di essere fagocitati, o peggio, clonati. Gli esperti lo chiamano “platform risk” cioè il rischio che deriva dal costruire una propria tecnologia su una piattaforma altrui.

Se oggi è impossibile immaginare un mondo senza internet, non è molto più facile ripensare il web escludendo le grandi compagnie che se ne spartiscono la gestione.

Cosa fa, quindi, nello specifico?

Sta lavorando nella creazione di un motore di ricerca alternativo a Google.
Il progetto affascina per la sua portata dirompente di questo “ordine naturale” della rete, che ne uscirebbe totalmente cambiato.
A tutto vantaggio, pare, delle imprese digitali, che si ritroverebbero in un ambiente “resettato” dai monopoli di fatto che si sono instaurati negli ultimi anni. Un internet più competitivo darebbe spazio anche a nuove compagnie e startup, favorendo l’innovazione e la creatività, con benefici per tutti gli agenti coinvolti. Nei prossimi mesi vedremo se l’Internet Computer resterà un’utopia di nicchia come tanti altri progetti prima di lui o se effettivamente riuscirà a rivoluzionare il modo in cui ci interfacciamo al mondo digitale.

Generazione Z

Altri enormi vantaggi si evidenzierebbero per la famosa generazione Z, Centennials (conosciuta anche come ai Gen, Post-Millennials o Plurals) nettamente refrattaria ad essere categorizzata dai social e dal web. Per questa categoria di utenti, in effetti, sarebbe una scappatoia più o meno sicura. Permetterebbe di uscire dall’imbuto di un sistema che obbliga ad indicizzarsi solo in un luogo.

Ma è lì che le aziende sul pezzo e aggiornate potranno fare la differenza. Sarà l’imprenditore che si lancerà in questo nuovo mondo a trarre vantaggio da un terreno in cui la generazione z si sposterà.

Non escludo quindi una futura migrazione di massa verso questo possibile web.

Vedremo quali saranno le evoluzioni

TikTok senza rivali: perché il social cinese non teme concorrenza
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TikTok senza rivali: perché il social cinese non teme concorrenza

Il successo di TikTok non sembra destinato a fermarsi, nonostante ogni giorno nascano nuovi competitor. Qual è quindi il segreto della piattaforma cinese?

Il mondo dei social è costellato di successi enormi e improvvisi: Facebook, Twitter e Instagram sono solo alcuni di questi. Nessuno però si sarebbe aspettato l’esplosivo successo di TikTok, piattaforma amatissima dai giovani che ad oggi conta 2 miliardi di utenti. Questa app made in China ha raggiunto risultati sorprendenti da quando è stata ufficialmente rilasciata nel 2018, superando tutti i suoi predecessori. Il trionfo è stato tale che adesso molti tiktoker sono diventati influencer e varie aziende stanno cominciando ad utilizzarlo in ottica business. Come tutti i fenomeni del web però non è certo destinato a durare in eterno ed è quindi il caso, per chi fosse interessato ad investire, di cominciare a guardarsi intorno.

I potenziali rivali

È naturale che un simile risultato attiri l’attenzione di tutti, specialmente di chi ne vorrebbe un po’ per sé. Sono infatti molte le software house che stanno cercando di cavalcare l’onda del successo di TikTok, creando app simili nel tentativo di spodestare l’invincibile campione. Al momento però sono solo cinque i veri potenziali competitor del colosso asiatico, ognuno con una propria specifica identità.

Shorts, Triller, Reels, Clash e Byte sono i nomi di questi sfidanti, ciascuno lanciato nella propria scalata alla vetta. Triller può contare sulla base di utenza più alta al momento, con i suoi 250 milioni di download. Reels, ultimo nato in casa Facebook, ha dalla sua tutta la potenza del complesso di Zuckerberg a disposizione. Shorts mette in campo tutta l’esperienza video di Youtube e una serie infinita di effetti e filtri. Clash punta a conquistare i content creator con la promessa di forti guadagni. Infine Byte vuole scavarsi una nicchia a sé, guardando agli artisti e ai musicisti. Nessuno di questi però, al momento, può sperare di imitare anche solo lontanamente il successo di TikTok.

Le ragioni del dominio

I motivi di questo monopolio sono da ricercarsi sia nella struttura di questo social che nel suo pubblico. TikTok è puntato unicamente sull’intrattenere il pubblico, in maniera inclusiva e senza barriere. I suoi utenti, prima la Generazione Z e adesso molti altri, non cercano informazioni o aggregazioni, solo divertimento. Per questo, finché non si creerà una piattaforma in grado di replicare questa situazione, il social cinese rimarrà incontrastato.

Il punto di massimo splendore di un social tende a variare, ma abbiamo potuto vedere come negli ultimi anni la finestra temporale si sia via via ridotta. Facebook, che è stato il primo, è quello che ha resistito più di tutti. Twitter, che è arrivato dopo, ha avuto un minor tempo sotto i riflettori. Ora è il turno di Instagram, che fino a poco fa era il social dei giovani e adesso sta perdendo terreno. TikTok sarà senza dubbio il prossimo e chi sarà pronto e attento al cambiamento potrà beneficiare enormemente da questo passaggio.

Potrebbe però esserci una terza via: non l’ascesa di un singolo social ma di un’intera tipologia. I prossimi protagonisti del web potrebbero essere i social verticali, incentrati su un singolo argomento. Un’intera schiera di nuove piattaforme pronte ad accogliere i vari appassionati di tutto il mondo… ma questo tema forse è meglio lasciarlo per un altro articolo.

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Lagarde per il digital: una spinta all’Europa

La presidente della BCE Christine Lagarde afferma che per la ripresa dell’eurozona sono necessari investimenti nel digital e nel green.

Dopo vari mesi siamo finalmente arrivati ad un punto di svolta in questa emergenza Covid. La crisi economica che ne è seguita infatti ha colpito duramente tutti i mercati mondiali, rischiando di far collassare l’intero sistema. Anche l’Europa in un primo momento sembrava sul punto di crollare ma invece, contro ogni previsione, è accaduto un fatto incredibile.
Gli stati membri, da sempre in conflitto fra loro, hanno infatti deciso di unire le forze per affrontare questa minaccia. Adesso finalmente la situazione si è stabilizzata e il piano di rilancio, approvato il 21 luglio, ha ufficialmente preso piede. È quindi arrivato il momento di decidere in quale direzione dirigere la ripresa prima che una possibile seconda ondata blocchi ogni iniziativa.

Le affermazioni di Lagarde

La presidente della BCE, Christine Lagarde ha affermato che “solide politiche strutturali concepite e realizzate a livello nazionale possono contribuire a una ripresa più forte, veloce e uniforme” e che “sono particolarmente importanti per ringiovanire le nostre economie, con l’accento sugli investimenti in aree prioritarie come il green e la transizione digitale”.

Queste dichiarazioni sono un forte segno di come anche gli organi internazionali europei siano in allarme. I vari paesi dell’Unione si sono accorti che non raggiungono gli standard delle altre realtà economiche globali sui temi del digital e dell’ecosostenibilità. Per questo motivo si impone un piano comune che possa ribaltare la situazione.

Verso un’Europa completamente digitale

Adesso che i vari stati sono pronti a fare fronte comune, per la prima volta dopo anni la barriera che impediva la realizzazione di questo progetto è stata abbattuta. A sostegno delle parole di Lagarde molti paesi, fra cui anche l’Italia, si sono recentemente impegnati in una politica di aiuti finanziari per le industrie tecnologiche e innovative tramite il pacchetto Next Generation EU.

Questo finanziamento, del valore complessivo di 750 miliardi, può essere una grande occasione per le PMI in tutta Europa. Infatti, anche se buona parte di questi fondi saranno destinati a grandi imprese e iniziative statali, altri saranno utilizzati per favorire le aziende considerate meritevoli per i propri sforzi nell’adeguamento tecnologico.

Tra gli obiettivi dell’Unione Europea verso cui indirizzare i propri capitali al primo posto c’è sicuramente la digitalizzazione. Oltre al potenziamento dello sviluppo del 5G, fondamentale per la digital transformation, tra le proposte ci sono la creazione di un cloud totalmente europeo e lo sviluppo dell’analisi dei big data.

Una simile trasformazione non può avvenire però senza sacrificio: le aziende che non vorranno adeguarsi saranno infatti destinate a scomparire. In un processo simile all’evoluzione quindi le imprese che prospereranno saranno quelle pronte ad abbracciare il cambiamento. Staremo a vedere quali saranno le future scelte della comunità europea, ma è chiaro in quale direzione è proiettato il futuro.

La dipendenza da lavoro: gli "workaholic" e lo smart working
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La dipendenza da lavoro: gli “workaholic” e lo smart working

Il lavoro può diventare una dipendenza e, con il recente boom dello smart working, molti appartenenti alla Generazione X stanno cominciando.

Quando si parla di lavoro in questo periodo la prima cosa che viene in mente è senza dubbio lo smart working. Con la recente crisi economica provocata dalla pandemia si è posto come soluzione ideale al problema, ritagliandosi un posto nella vita quotidiana di tutti. Molte imprese sono infatti riuscite a rimanere attive, nonostante la quarantena, solo grazie a questo sistema. Uno spunto forte, in grado di modificare la società insomma… forse anche un po’ troppo.

Stando infatti ad un recente studio della società Michael Page, specializzata nella ricerca di personale qualificato, molti dei suoi recenti candidati presentano sintomi di “dipendenza da lavoro”. Questo dato ha cominciato ad impennarsi dall’inizio di Marzo, in concomitanza con l’inizio della quarantena. C’è chi potrebbe ribattere che, data la situazione, i dati potrebbero essere falsati dalle schede dei giovani in cerca di lavoro e disposti a tutto. Non è così: infatti il 63% di questi soggetti appartiene alla Generazione X e sono inseriti già da diverso tempo nel mondo del lavoro.

 

Quando il lavoro diventa una dipendenza

È evidente che con il passaggio ad un tipo di lavoro totalmente telematico molti si siano ritrovati a dover affrontare un cambiamento netto nei propri ritmi. Il carico di responsabilità individuale e di organizzazione richiesto è di gran lunga superiore rispetto al classico “posto in ufficio”. Per far fronte ad un simile impegno la maggior parte di questi soggetti ha quindi scelto di concentrare tutte le proprie energie sul lavoro, trasformandosi in dei veri workaholic.

Il concetto di workaholic è stato introdotto nel 1971 da Wayne Oates per indicare il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente, usato dal soggetto per evitare emozioni negative, relazioni o responsabilità. Si tratta di una vera e propria dipendenza facente parte delle New Addiction, assuefazioni a comportamenti piuttosto che a sostanze, assieme alla Internet Addiction e allo Shopping Compulsivo.

In Italia è ancora poco conosciuto ma in altri paesi, dove vige una diversa etica del lavoro, si tratta di un fenomeno diffuso e a volte preoccupante. In Giappone ad esempio i numeri delle morti per Karōshi (morte per eccesso di lavoro) e per Karo-Jisatsu (suicidio per troppo lavoro) crescono di anno in anno. Non si tratta quindi di una questione da prendere sottogamba, ma di una problematica seria che deve essere affrontata con giudizio.

 

Il futuro del lavoro

Sembra quasi un paradosso ripensare adesso a com’era considerato lo smart working all’inizio della pandemia. Molti imprenditori infatti ritenevano che fosse un sistema inefficiente, non potendo più controllare di persona i propri dipendenti. La clausura forzata ha dimostrato però che avevano torto: i risultati sono stati ottimi e quasi tutti si sono convertiti a questo nuovo “standard”. Stiamo parlando infatti di un sistema che presenta minori costi, rischi ridotti e, di conseguenza, guadagni potenzialmente molto più alti: il suo successo, una volta superati i timori, era praticamente scontato.

Lo smart working si è dimostrato talmente efficace che adesso molte aziende si stanno addirittura organizzando per renderlo permanente. Tra questi un esempio eclatante è Tim, che infatti ha già intenzione di ridurre i propri spazi del 30% secondo il Sole 24 Ore. Pensare però di poter semplicemente far svolgere il lavoro a casa come se nulla fosse sarebbe un grave errore.

Si tratta infatti di un cambio ben più profondo dell’adottare una nuova metodologia di lavoro. Qui viene influenzato pesantemente lo stile di vita dell’impiegato, che si vede privato di una divisione netta fra casa e lavoro. Non sono ancora chiari infatti gli effetti che questo sistema possa avere sul lungo termine. Il cervello, per quanto ne sappiamo, dopo 18 o 24 mesi potrebbe normalizzare questa routine come invece cedere per lo stress accumulato e mai sfogato.

Per questo è necessario muoversi tutti verso quello che io definisco vero smart working, non la versione improvvisata che abbiamo conosciuto sinora. È chiaro ormai che il lavoro da casa sarà sempre più utilizzato a discapito di quello in ufficio, in una vera e propria rivoluzione dell’industria. Come ogni altro grande cambiamento però deve essere tenuto d’occhio e seguito, senza lasciare spazio al caso. Non conoscendo quale sarà l’evoluzione del settore l’unico modo per mantenere i benefici di cui abbiamo goduto finora è essere noi stessi a stabilire delle linee guida che tengano in conto salute ed efficienza.

Neuroprotesi “Plug and Play”: il futuro del rapporto uomo-macchina?
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Neuroprotesi “Plug and Play”: il futuro del rapporto uomo-macchina?

Le neuroprotesi sviluppate da un gruppo di scienziati dell’Università della California potrebbero cambiare per sempre la concezione di “interfaccia uomo-macchina” tramite una nuova tecnologia di connessione.

Negli ultimi dieci anni il progresso scientifico ha raggiunto risultati enormi in svariati ambiti. Molte cose che fino agli anni ’80 erano considerate fantascienza, come le intelligenze artificiali e il 5G, adesso sono realtà. Oggi, in questo settembre del 2020, sembra che un’altra barriera tra la quotidianità e il fantastico stia per cadere. Un gruppo di neuroscienziati dell’Università della California ha infatti sviluppato un nuovo tipo di neuroprotesi.

Le neuroprotesi, per chi non conoscesse il termine, sono dispositivi artificiali in grado di sostituire o migliorare specifiche funzioni del sistema nervoso. In questo caso però lo scopo era quello riuscire a far usare il computer a dei pazienti colpiti da paralisi. Il risultato è stato la creazione di un nuovo tipo di interfaccia neurale che non necessita di ricalibrazione o addestramento continuo.

Una rivoluzione “Plug and Play”

Non si tratta certo della prima connessione neurale tra un uomo e un computer: la prima interfaccia funzionante è stata infatti presentata nel 2011 dal professor Jacques Vidal. La vera rivoluzione sta nel modo in cui questa è stata innestata e collegata al sistema operativo. Tramite un sistema di elettrodi ECoG, finora utilizzato solo per monitorare l’attività celebrale di soggetti affetti da epilessia in forma grave, i ricercatori sono stati in grado di registrare i segnali neurali dei pazienti e quindi di sviluppare un nuovo algoritmo di apprendimento automatico su più giorni in grado di decodificarli in istruzioni per il cursore.

La combinazione di algoritmo innovativo e sistema ECoG si è dimostrata vincente. Non solo il paziente può essere collegato e scollegato in poco tempo, ma il soggetto può utilizzare subito l’interfaccia senza bisogno di ricalibrarla. Proprio come in un sistema plug and play è necessario soltanto il collegamento per poter utilizzare subito il dispositivo. Si tratta di una enorme balzo in avanti per la scienza, che potrebbe gettare le basi per tutta una futura generazione di nuove neuroprotesi.

Il futuro è dietro l’angolo

Oltre ad essere una conquista per l’intera umanità, l’esistenza di una simile tecnologia può rivoluzionare l’intera economia globale. Basti pensare solo a quanta nuova forza lavoro si verrà a creare dopo che il progetto sarà completato: molte persone, che fino ad ora erano impossibilitate a svolgere qualsiasi tipo di mansione, potrebbero tornare a ricoprire un ruolo attivo nella società. Questo senza nemmeno prendere in considerazione le persone affette da disabilità già in grado di lavorare che beneficerebbero enormemente di questa scoperta.

Questo però sarebbe solo il primo passo: in futuro si potrebbero raggiungere nuove vette ad oggi impensabili. Quando questi algoritmi saranno disponibili al pubblico molte aziende potranno sviluppare prodotti utilizzabili veramente da chiunque, a dispetto di ogni limitazione fisica. In futuro poi, nel caso probabile che venga sviluppato un sistema che non preveda un innesto chirurgico invasivo, non sarà limitata ad una fetta specifica della popolazione.

Sono decenni che l’uomo cerca il modo di interfacciarsi completamente con le macchine e queste neuroprotesi rappresentano un vero grande passo avanti. Il più grande ostacolo era la necessità di una perfetta calibrazione unita ad un sistema intuitivo, cosa che sembra essere finalmente stata raggiunta. Onestamente non potremo davvero essere sicuri di come si svilupperà la faccenda prima di qualche anno, ma dobbiamo già pensare che il connubio fra uomo e computer è solo ad un passo da noi.

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Prevedere il COVID: l’esperimento di Facebook con le IA

L’emergenza COVID ha creato un precedente unico nella storia recente e per evitare che la cosa possa accadere di nuovo in futuro Facebook sta studiando una soluzione a lungo termine.

Dire che il COVID ha cambiato completamente il nostro modo di vedere il mondo sarebbe un eufemismo. Questa epidemia globale, che ha stravolto gli equilibri economici e sociali, ha fatto capire a tutti quanto il mondo intero fosse impreparato ad affrontare una simile pandemia.

Fortunatamente, nonostante le conseguenze siano state pesanti, questo ci è servito da lezione. Adesso molte delle più grandi realtà tecnologiche e mediche del pianeta stanno lavorando affinché una simile evenienza non possa più ripetersi. Facebook è uno di questi.

 

Zuckerberg in campo contro il COVID

Recentemente la società di Mark Zuckerberg ha portato avanti, in collaborazione con la Facoltà di Matematica e la Research Platform Data Science dell’Università di Vienna, un esperimento per utilizzare la tecnologia l’Intelligenza Artificiale (IA) con lo scopo di fare previsioni su dove e con quale velocità il COVID si sarebbe diffuso a livello distrettuale in Austria.

L’annuncio è arrivato in occasione della celebrazione online dei cinque anni del Facebook AI Research (Fair) Lab di Parigi, fondato nel 2015. Lo scopo finale è quello di sfruttare le proiezioni ottenute per decidere come gestire le risorse in caso di emergenza. In questo modo mascherine, medicinali e attrezzature mediche verrebbero inviati in primo luogo dove è prevista una maggiore necessità.

 

Verso la perfezione

Non si tratta della prima iniziativa di questo genere presa da Facebook: operazioni di previsione localizzata simili erano già state effettuate a New York e nel New Jersey nel corso dei mesi passati, ma nessuna aveva mai raggiunto un simile livello.

Se l’attuale progetto delle IA si dimostrerà un successo allora in futuro si potranno creare nuovi piani di prevenzione e contenimento estremamente efficienti. Si tratterebbe di un enorme passo avanti per la lotta alle malattie e non è detto che la tecnologia non possa migliorare ulteriormente.

Non è difficile infatti pensare che, una volta elaborati sufficienti scenari e modelli, si potrebbe addirittura prevedere il diffondersi delle epidemie a partire da casi isolati. Una simile possibilità sarebbe di grandissimo aiuto per tutto il mondo, staremo a vedere come le cose andranno in futuro.

 

Digital e salute: la differenza fra uso e abuso
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Digital e salute: la differenza fra uso e abuso

L’uso degli strumenti digital sul lavoro è cresciuto enormemente con la pandemia, ma quando questo può sfociare in abuso?

Viviamo in un mondo in cui le distanze sono sempre più relative, dove ogni schermo può portarci in contatto con l’intero pianeta. Il digital ormai è una parte della nostra realtà e durante l’emergenza Covid ha mostrato le sue potenzialità in ogni campo. Tra scuola, sociale e lavoro i campi di applicazione sono stati molteplici ed è soprattutto in ambito professionale che i risultati sono stati apprezzati.

Lo smart working ha cambiato la faccia dell’industria e ha permesso a molte persone di mantenere il proprio posto anche se impossibilitati ad andare in ufficio. Rimuovendo la necessità di recarsi fisicamente sul luogo si sono creati nuovi scenari prima inediti, che possono portare a grandi benefici se sfruttati al meglio. Non è però tutto rose e fiori: ci sono anche dei rischi legati a questo metodo di lavoro che devono venire ponderati attentamente.

Gli abusi e i rischi per la salute

Si tratta sicuramente di un grande traguardo per il digital, che ha potuto mostrare le sue infinite possibilità in ogni ambito. C’è però una cosa che effettivamente potrebbe causare dei problemi: è accaduto tutto troppo in fretta. Sono anni ormai che affermo che i social e le tecnologie digitali rappresentano il presente, non il futuro, in un paese fin troppo ancorato al passato. Adesso, a causa del coronavirus, tutti si sono dovuto forzatamente adeguare nel giro di pochi mesi senza davvero conoscere questi strumenti.

Con una simile “indigestione informatica” è normale che nascano delle complicazioni. Pur non parlando di strumenti innovativi molte persone si sono dovute adattare a sistemi lavorativi, situazioni e ritmi a cui non erano affatto preparati. Per alcuni lavoratori ad esempio questo ha significato il non poter mai tecnicamente “staccare”, creando una fonte continua di stress che e poi sfociata nel burnout.

La sindrome da burnout è una condizione causata da stress intenso e prolungato e presenta diversi sintomi fisici e psicosomatici. Tra questi ci sono emicranie, colon irritabile, insonnia e sintomi psicologici come stati d’ansia, attacchi di panico ed episodi depressivi. È chiaro che un simile stato di salute può influire pesantemente sia sulla sfera lavorativa che privata, portando il soggetto ad accumulare maggior stress e di conseguenza a peggiorare.

Qual è quindi la verità?

La verità, come al solito, sta nel mezzo: non si può giudicare in termini di assoluti ma bisogna valutare ogni caso in maniera a se stante. Stiamo parlando di equilibri che variano da individuo a individuo e quindi è logico che non si possano stabilire limiti esatti. Sta al datore di lavoro e al dipendente stesso valutare l’effetto e l’efficacia dello smart working sul proprio lavoro.

Per esempio in casi di impieghi con bassa interdipendenza da altri lavori e alta autonomia, lo smart working può produrre ottimi risultati. Al contrario posizioni che necessitano di lavorare a stretto contatto con altri reparti e consentono poca autonomia potrebbero non essere adatte al lavoro telematico. Attualmente in Italia la situazione legislativa per il lavoro online non è ancora del tutto definita e per questo è importante muoversi adesso.

Lo smart working farà sempre più parte della nostra vita, inutile pensare il contrario. Quello però che è necessario capire è che non si tratta di un qualche strumento “magico”. Come ogni sistema presenta dei pro e dei contro che vanno valutati attentamente e considerati caso per caso. In un mondo ormai digital sta a noi uomini capire come usare al meglio tutti gli strumenti che abbiamo creato per rendere migliore la nostra vita.

SEO e social media marketing. L'investimento conviene sempre?
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SEO e social media marketing. L’investimento conviene sempre?

Seo e social media marketing, conviene sempre?

Il primo semestre del 2020 ha decretato un vero e proprio cambiamento epocale, sotto mille sfaccettature, umane, sociali, professionali; e mi chiedo, Investire nel social media marketing e nel SEO conviene?
La società civile in primis, ma anche tutti i protagonisti del mondo del lavoro, hanno dovuto affrontare stravolgimenti non indifferenti.

 

Sicuramente significativi, infatti, non solo per i singoli cittadini ma anche per le aziende ed i professionisti.

Il lockdown, ha messo tutti di fronte ad un dato di fatto: la digitalizzazione in Italia ha ormai raggiunto dei traguardi importanti e coloro che hanno investito nel social marketing e nel SEO sono riusciti a superare questo periodo sicuramente meglio di chi invece è rimasto ancorato a strategie obsolete.

Seo e social media marketing, per chi?

Al giorno d’oggi internet è una risorsa fondamentale, che se sfruttata nel modo corretto può portare a risultati, anche in campo pubblicitario, straordinari. Ormai sono tantissime le aziende che lo hanno compreso: non vale più la pena investire nel marketing tradizionale, perché a fronte di costi superiori si ottengono risultati decisamente meno entusiasmanti.
Il social media marketing è diventato oggi uno strumento a cui non si può rinunciare, in investimento fondamentale per dotare le realtà di un posto di visibilità.

Per ottenere dei risultati tangibili e paragonabili, non ha più senso puntare sul vecchio tipo di pubblicità, come quelle televisive, molto care. Ha senso invece prevedere un marketing mix che includa, oltre che le strategie tradizionali, soprattutto se il budget a disposizione è limitato, quelle del web marketing.

Le opportunità offerte, appunto, dal settore del web marketing, sono tantissime ed i vantaggi non si possono certo trascurare.

La digitalizzazione in Italia ha ormai raggiunto dei traguardi importanti ed il processo è stato velocizzato ulteriormente dal lockdown.

Durante la quarantena moltissimi italiani si sono avvicinati al mondo del web, si sono abituati ad utilizzare internet e questo significa che la platea ed il target sono aumentati in modo significativo. Oggi le aziende non possono più mettere in secondo piano il social media marketing ed il SEO, perché in assenza di strategie aggiornate si rischia davvero di rimanere indietro.

Social media marketing e SEO: quali sono i vantaggi?

Si possono ottenere risultati importanti anche a fronte di piccoli investimenti, si acquisisce con più facilità una maggiore notorietà, si raccolgono più contatti, incrementa il fatturato.

In Italia c’è oggi una netta separazione tra le realtà che hanno scelto di aprirsi al web marketing e quelle che non lo hanno fatto e adesso stanno iniziando a pagarne le conseguenze.

Rimani in target, resta evidente, lasciati trovare in rete. Si può fare!

Social network: italiani ultimi nella classifica europea
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Social network: italiani ultimi nella classifica europea

Anche nei social network il nostro paese si conferma agli ultimi posti delle classifiche europee per uso e fasce d’età

 

Durante questi mesi di lockdown abbiamo assistito ad una vera e propria digitalizzazione selvaggia: nel giro di poco tempo, per far fronte alla crisi, ci siamo adattati allo smartworking, alla didattica online e a mille altri cambiamenti del nostro quotidiano che si sono spostati sulla rete.

Di fronte ad un simile cambiamento si potrebbe pensare che il divario tecnologico tra Italia ed Europa si sia accorciato, ma purtroppo non è così. Stando infatti ad una ricerca di Eurostat solo il 42% della popolazione italiana è attiva sui social network.

Vuol dire che meno della metà dei cittadini utilizza internet e i suoi canali di interazione e comunicazione per rimanere collegati con il resto del mondo. La cosa non è limitata a specifiche fasce d’età: infatti anche fra i giovani tra i 16 e i 24 anni, coloro che sono praticamente cresciuti insieme alla tecnologia, il nostro Paese ha la la media più bassa d’Europa, con solo il 73% che utilizzano i social.

Per alcuni questo dato potrà sembrare positivo, una dimostrazione che gli italiani e soprattutto i nostri ragazzi non sono sempre attaccati ad uno schermo. Sfortunatamente però qui non viene presa in considerazione la quantità di tempo effettivo passata dai soggetti sui social, ma solo se una data persona ha un’account attivo, cioè che posta e interagisce con regolarità sulla piattaforma indipendentemente dalla durata della sessione. Quindi in sostanza quella che stiamo analizzando non è una statistica sulla modalità d’uso dei social, ma sulla capacità di saper utilizzare questi strumenti passando per l’uso comune.

A questo punto vi starete chiedendo perché la questione è importante.

Come penso sappiate io sono molto a favore dell’uso dei social, specie in ambito professionale, in quanto li considero strumenti utili ed estremamente potenti per far crescere un business. Questo dato però ci fa capire come il nostro Paese sia ancora indietro sul fronte digital, in quanto se la popolazione non usa i social anche in maniera blanda nella vita di tutti i giorni tanto meno sarà in grado di sfruttarli poi, insieme agli altri strumenti digitali, per il lavoro.

A questo bisogna aggiungere che, con la situazione attuale, lo smartworkig ricopre e probabilmente ricoprirà un ruolo molto importante nel mercato del lavoro a livello globale, quindi la padronanza di queste tecnologie non è più un valore aggiunto ma un requisito obbligatorio.

In conclusione per poter sperare di tenere il passo con il resto del mondo l’Italia deve colmare il gap di digitalizzazione che la tiene a freno.

La pandemia, nonostante tutto, ha dato una forte spinta in questa direzione dando vita ai primi veri progressi da anni, ma non dobbiamo assolutamente fermarci adesso.

La via per uscire dalla crisi passa attraverso l’economia digitale: dobbiamo solo essere preparati.

Twitch: non più solo videogioch
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Twitch: non più solo videogiochi

Twitch, piattaforma specificatamente creata per i “gamer”, si sta aprendo a temi e ad un pubblico sempre più vari.

 

Twitch, punto di riferimento per i videogiocatori a livello globale dalla sua creazione nel 2011, si è imposto ogni anno di più come un vero e proprio colosso del web, in grado di generare traffico a livelli di “mostri sacri” come Youtube e Netflix. Piattaforma creata con lo scopo di accogliere contenuti live in streaming a tema videogiochi, dopo l’acquisto da parte di Amazon si è rafforzata ancora di più grazie al servizio Twitch Prime, che permette agli utenti abbonati al servizio Amazon Prime di collegare gli account dei due servizi per ottenere bonus e contenuti esclusivi senza alcun costo. Grazie a queste iniziative il sito ha acquisito ancora più popolarità, diventando un fenomeno di massa.

Da sempre basato sul concetto di community, per venire incontro ai gusti del pubblico e all’estro dei content creator con il passare del tempo si è arricchito di nuovi contenuti come musica, talk show, cucina, trasmissioni IRL (In Real Life), arte e molto altro, andando ad abbracciare sempre più l’idea di un intrattenimento generico. Sempre più persone si iscrivono a Twitch, in particolare nella fascia di età fra i 14 e i 35, molto spesso anche per seguire i loro “youtuber” preferiti. Molti content creator nati su Youtube infatti hanno scelto di aprire un canale su Twitch, in maniera integrativa o abbandonando del tutto la piattaforma Google, sia per la maggiore libertà di espressione offerta e l’interazione diretta col pubblico, sia per la possibilità di guadagnare di più tramite la monetizzazione degli streaming.

Con un numero così alto di utenti in continua crescita è chiaro che Twitch rappresenta un’occasione enorme per ogni brand. Il modo più semplice è diretto per entrare in questo mondo è sicuramente la via della sponsorizzazione di un particolare streamer, in grado di catalizzare l’attenzione su di se come e più di un semplice influencer grazie alla possibilità di interagire in tempo reale col suo pubblico. Questo tipo di approccio si è dimostrato vincente per molte aziende legate al settore videoludico e non, tra cui Razer, Logitech, Adidas, GUESS e Budweiser.

La seconda via è invece quella del creare direttamente il proprio canale ufficiale senza bisogna di intermediari. Sono diversi i marchi che hanno già adottato questa strategia e uno dei migliori esempi è sicuramente Redbull: la compagnia di energy drink più famosa al mondo ha sfruttato al massimo la sua esperienza di sponsor storico di molte competizioni, allestendo autonomamente eventi sportivi e di eSport da trasmettere in esclusiva che hanno avuto un enorme successo, tanto da spingere il brand a ripeterli con cadenza annuale.

Quello che ormai abbiamo capito quindi è che non dobbiamo farci più la domanda, perché, ma le prime due domande devono essere, chi, e come. Chi è presente in questo o quella applicazione? Come posso raggiungere il mio target dando loro valore aggiunto e allo stesso momento essere visibile ed attraente? Anche Twitch perciò, al pari dei social e di Youtube, può diventare un utile strumento di marketing se usato nella maniera corretta e con una strategia adeguata.