Fake news: si può "pilotare" la verità? - Umberto Macchi - Il Blog
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Fake news: si può “pilotare” la verità?

La lotta alle fake news potrebbe trasformarsi in un pretesto per “filtrare” specifiche notizie?

Il dilagare delle fake news sulla rete e sui social ha provocato danni ed enormi preoccupazioni sia dal punto di vista economico che sociale, andando a colpire ampie fasce di popolazione in tutto il mondo. Per porre un freno al dilagare delle false notizie le più grandi realtà del settore informatico, quali Google, Facebook e altri, insieme con vari governi e testate giornalistiche, hanno deciso di dare il via a tutta una serie di misure atte ad arginare il fenomeno.

Dai nuovi algoritmi di ricerca alle intelligenze artificiali specificatamente progettate per il controllo dei contenuti, passando anche per la cancellazione di contenuti e account correlati, stanno venendo battute sempre nuove strade cercando un sistema per arginare del tutto quella che viene definita una “piaga” moderna.

Bisogna però guardare anche al rovescio della medaglia: in un mondo dove ogni notizia deve essere controllata e approvata da un potere superiore prima di poter essere pubblicata, chi decide cosa è vero e cosa è falso?

A mio parere, concedendo il beneficio del dubbio a chi sta portando avanti questo progetto, la lotta alle fake news può anche nascere da dei buoni propositi, ma nasconde un grandissimo pericolo: quello di lasciar circolare solo informazioni “pilotate” secondo gli interessi delle grandi compagnie digitali. Stiamo infatti parlando di aziende con le loro motivazioni, spesso appoggiate da governi che avrebbero anch’essi un tornaconto dal poter controllare quanto viene diffuso attraverso i canali web.

Nel Medioevo e nel Rinascimento la Chiesa prima e l’Inquisizione poi avevano abbastanza potere da poter controllare la diffusione del sapere e il pensiero delle masse e molti scienziati e studiosi, tra cui Galileo Galilei, si sono trovati bollati come bugiardi ed eretici nonostante avessero ragione. I moderni colossi digitali, che permeano ogni parte della nostra vita, detengono un potere simile e sta solo a noi capire quando tale “autorità” viene abusata. Un tale controllo sulla libertà di quanto è lecito pubblicare potrebbe sfociare in un tipo di futuro che non sarebbe troppo lontano da quanto immaginato da George Orwell nel romanzo 1984.

Il problema Fake News: come nasce?

Il problema delle fake news nasce perché siamo noi stessi a non riuscire a stabilire se quanto leggiamo sui social corrisponda al vero. Questa incapacità di discernere la realtà dalla “bufala” nasce da una mentalità sbagliata, il non volersi realmente informare ma prendere semplicemente per buono quello che vediamo sul web, senza approfondire l’argomento o mettendo in discussione ciò che “ci sembra” plausibile

on il quantitativo di informazioni a cui abbiamo accesso attraverso la rete è praticamente impossibile non riuscire a stabilire la realtà dei fatti, anche solo con il minimo sforzo. Il dover ricorrere ad una censura preventiva per evitare che certe si diffondano è come ammettere che non siamo abbastanza intelligenti da capire quando ci viene propinato il falso, cosa che ritengo estremamente offensiva.

Se si volesse proporre un buon approccio per continuare questa lotta alle fake news da parte di quei pochi che lo fanno in buona fede, senza rischiare di far cadere l’informazione digitale in un regime totalitario, la soluzione potrebbe essere quella di non censurare o alterare le notizie considerate dubbie, ma di segnalarle indicandole come <<prive di fonti confermate>> e inserendo un link che rimandi ad una pagina sull’argomento di una fonte libera ed indipendente come può essere Wikipedia. Inoltre questo sistema dovrebbe essere applicato solo a quei testi che vogliono passare come fatti oggettivi e non agli articoli di opinione.

Da parte mia posso solo dire che qualsiasi limitazione alla libertà d’espressione e di diffusione è un crimine ben peggiore di qualsiasi danno una notizia falsa possa causare. Non dobbiamo chiedere che siano altri a decidere per noi quali informazioni vadano diffuse, siamo noi che dobbiamo raggiungere una maturità digitale tale da non farci più ingannare da nessuno.

Che gli asini non volano lo sappiamo tutti !!!

L'E-Commerce cambia le abitudini dei consumatori
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L’E-Commerce cambia le abitudini dei consumatori

L’ E-Commerce cambia le abitudini dei consumatori e si sta evolvendo in davvero pochissimo tempo.

Contemporaneamente si sta nettamente modificando il criterio di scelta di beni e servizi da parte dei consumatori finali, probabilmente come risposta al lockdown o come rivalutazione della scala valoriale dei prodotti necessari.

In che senso?
Fino a pochi mesi fa il canale E-Commerce, anche se esistente per moltissimi brand e realtà aziendali, non influiva in modo così predominante sulla percentuale degli acquisti finali di prodotti.

Non avremmo mai immaginato un cambiamento di rotta così evidente, secondo me davvero epocale.

Questa forte accelerazione digitale ci sta portando verso una “nuova normalità”, in cui dall’ eccezionalità nelle scelte ci troviamo a renderle quotidianità.

Un esempio?
Durante il lockdown molti hanno iniziato a fare la spesa online, non esclusivamente di beni alimentari, ma di articoli di varia natura. Ecco come è stato utilizzato l’E-Commerce.

Questa scelta è avvenuta probabilmente per evitare contatti fisici e rispettare le distanze di sicurezza correttamente richieste.
Moltissimi, però, nonostante le riaperture, stanno continuando ad utilizzare questo canale!

E il loro dato è in continua crescita.

L’E-Commerce ha riguardato dei settori che come il pet food, il settore food and beverage,ma anche tutti i dispositivi legati all’intrattenimento multimediale, hardware e materiali da costruzione e decorazioni per la casa.

Infine,fetta non indifferente, ha riguardato il cibo da asporto. In casa, per rispettare le disposizione, ma con i servizi utili per vivere con maggiore semplicità.

Sicuramente l‘intelligenza Artificiale (IA) rappresenta e rappresenterà sempre più un aiuto strategico per il commercio elettronico.

Pensiamo, per esempio, alle IA assistant e ai chatbot: aiutano i brand a rispondere alle richieste dei clienti sia scritte che vocali.
Provvedono all’assistenza pre e post-vendita, soprattutto in un periodo di picco di domanda come quello che stiamo vivendo, potrebbe trarre grandi benefici dall’introduzione di questi sistemi intelligenti di supporto alle vendite.

Stessa cosa si può dire delle soluzioni di smart logistics.

L’IA potrebbe supportare i processi di consegna, sempre più importanti per soddisfare il cliente con una consegna rapida e affidabile.

Pronti! Celerità, rapidità, soddisfazione alla portata di un click!

Virtual showroom, una alternativa agli eventi fisici?
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Virtual showroom, una alternativa agli eventi fisici?

I virtual showroom sono una alternativa efficiente agli eventi fisici?

La pandemia Coronavirus ha bloccato tutti gli eventi fisici, tra cui quelli del mondo della moda, come le sfilate e le presentazioni delle nuove collezioni da parte degli stilisti e dei marchi che maggiormente conosciamo e che, inevitabilmente, hanno dovuto interrompere la programmazione delle classiche chermesse stagionali.

In un momento storico caratterizzato da due parole, a cui ci siamo sostanzialmente del tutto abituati, Covid-19, seguono anche due termini ricorrenti, fondamentali per non farci perdere del tutto il senso della strada ordinaria delle cose: programmazione e cambiamento.

Anche se l’emergenza sanitaria più evidente sembra essere rientrata, infatti, e gli sforzi per riportare alla normalità il lavoro di ogni giorno sono sempre più visibili, è evidente che gli eventi professionali, che abitualmente venivano cadenzati dalla stagionalità, non sono stati svolti o sono stati rimandati a date future.

Un esempio? La moda e le sfilate di presentazione delle nuove collezioni, che abitualmente si tenevano tra giugno e luglio.

Questa interruzione causata dal Covid-19, però, in che modo sta influendo sulle grandi aziende che presentavano il core business delle loro attività usando spazi fisici e partecipazione di un pubblico di interessati per la maggior parte in target?

Il settore ha dovuto cercare velocemente una soluzione, trovandola proprio nel digitale.

Si è in sostanza affidato questo compiti all’innovazione, ma in che modo? Non solo visualizzando i cataloghi al posto della presenza fisica ma bensì allestendo un’intera piattaforma abilitata a replicare tutte le attività che possono intercorrere tra i venditori e i buyer.
Tante sono state le nuove tecnologie che hanno permesso l’allestimento di Virtual Showroom, non banali, ma dei veri e propri allestimenti. Come da museo o da esposizione in una fiera di settore.

Virtual showroom all’avanguardia

Il concetto di “virtual showroom”, in realtà, però, non è nuovo: già da diverso tempo numerosi marchi del settore automobili propongono sui loro siti ricostruzioni 3D dei veicoli che possono essere guardate da ogni angolazione.
Ecco, questa impostazione è stata replicata per il settore della moda: foto a 360 gradi in altissima risoluzione vanno a impegnare la vetrina, ma il punto di svolta è l’intero backstage.

Bisogna ricordaci che il solo settore moda italiano ha un giro di affari di oltre 70 miliardi di euro (Fonte: Sistema moda Italia), di cui il 42% proveniente dall’abbigliamento. Per cui sarebbe stata intollerabile una interruzione totale.
Ecco, meraviglioso modo per reagire alla quarantena e provare ad andare avanti!

Lockdown e vendite: l’E-commerce italiano cresce
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Lockdown e vendite: l’E-commerce italiano cresce

Lockdown e dati sulle vendite on line: l’ E-commerce italiano cresce e sta proseguendo su questo trend anche dopo l’inizio della fase 3 del Coronavirus.

In seguito al lockdown imposto nei primi mesi del 2020, in risposta all’emergenza del coronavirus, l’e-commerce italiano è in forte crescita
Sembra da dati di settore che l’e-commerce italiano sia in grande crescita.
Dati tecnici mettono in evidenza, infatti, questo trend, di cui ho già avuto modo di parlarvi in altri articoli Blog pubblicati nei mesi salienti dell’obbligatoria distanza sociale.

Il trend, però, che poteva essere giustificato dalle difficoltà fisiche e tecniche dell’approvvigionarsi presso i propri negozi e store del cuore in realtà è diventato un “piacevole vizio” da parte dei consumatori.
Tra le poche certezze c’è a mio avviso la vicinanza percepita e la dipendenza che i canali online hanno dimostrato con forza in questo momento difficile.

Durante il lockdown, il digitale per tanti ha rappresentato l’unica occasione per mantenere viva una relazione con i propri consumatori.

L’E-commerce è stato il vero motore di crescita delle vendite, ma lo spostamento degli acquisti on line hanno imposto con violenza i ritmi e soprattutto hanno imposto diversi limiti, che non conoscevamo e ai quali ci siamo adattati.

Vi raccontavo della difficoltà, anche di enormi colossi come Amazon, di evadere tutti gli ordini ricevuti, durante il periodo di Pasqua, in cui sarà probabilmente capitato a tutti di voler inviare un cadeau a parenti e amici distanti.
Quando avremo lasciato alle spalle questa crisi, l’E-Commerce svolgerà un ruolo indispensabile per la ripresa del commercio e dei consumi: come individui cercheremo una nuova normalità, sicuramente più digitale. Una sfida importante per il nostro Retail.

Credo che nessun operatore del business on line abbia intenzione di fare passi indietro rispetto alla strada forzata che ci attendeva.
Per cui, buon business, vendite e acquisti a tutti

Ambassador virtuali: quando il modello diventa digitale
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Ambassador virtuali: quando il modello diventa digitale

I nuovi ambassador creati da AW Lab sono in tutto e per tutto “persone digitali”

Per il lancio della sua nuova collezione estiva VRL AW Lab, brand italiano nato circa un paio di anni fa ma già affermato nell’ambito dello street style, ha deciso di tracciare una strada del tutto nuova e ha “creato” per l’occasione due brand ambassador virtuali, due veri e propri avatar modellati ad arte e chiamati rispettivamente Avril e Rail V. per “giocare” sul nome della collezione stessa.

Al pari degli influencer digitali, recentemente apparsi sui social network, la creazione di questi due ambassador virtuali da parte di AW Lab è stata dettata da una necessità pratica: l’impossibilità di poter realizzare dei servizi fotografici tradizionali con professionisti e modelli a causa del Covid-19. Quelli che però abbiamo qui di fronte non sono semplici modelli tridimensionali, ma veri e propri personaggi con un background e delle caratteristiche uniche che rispecchiano il brand e il pubblico a cui si rivolgono.

Avril, ragazza di 18 anni bassista, fotografa e appassionata di skateboard, rappresenta la linea femminile ed è la personificazione di quello con cui il target di mercato (in questo caso le ragazze fra i 16 e i 26 anni) si identifica. Rail V. allo stesso modo è l’incarnazione della linea maschile, con il suo amore per i videogame, la passione per il basket e il suo lavoro come DJ. Questa scelta di voler dare vita a delle “persone” e non limitarsi all’estetica non è casuale, ma una precisa strategia di marketing a lungo termine in cui invece di cercare il modello perfetto per rappresentare il brand si preferisce “costruirlo”.

Nella sua dichiarazione Domenico Romano, direttore marketing di AW Lab  ha affermato che “Questi giorni di lockdown stanno cambiando radicalmente  le nostre abitudini, il nostro stile di vita, il nostro modo di vedere la realtà. Alla ripresa ritroveremo un mondo nuovo, con sentimenti, sogni, speranze e necessità differenti. Un mondo in cui spazio fisico e virtuale si fonderanno sia nelle esperienze di shopping che nella comunicazione verso la nostra community. Avril e Rail V. sono il volto di questo nuovo universo, i nuovi volti di AW LAB”

Non è la prima volta che vediamo dei “personaggi inventati” riscuotere un grande successo presso il pubblico (si pensi alla band virtuale dei Gorillaz), ma certamente questi nuovi ambassador rappresentano una scossa potente all’industria del marketing. Con un simile precedente non è difficile pensare che anche altri brand di moda potrebbero decidere di seguire l’esempio di AW Lab e creare i propri modelli virtuali, ponendo fine all’era dei modelli in carne ed ossa. Non possiamo sapere per certo quale sarà il futuro, di sicuro però la sfida è stata lanciata e vedremo come risponderà il mercato.

L’aiuto dal web alle PMI: il caso Google
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L’aiuto dal web alle PMI: il caso Google

Un aiuto dal web alle PMI viene direttamente da Google

Un periodo davvero particolare, quello che sembra appena terminato. Ovvero l’emergenza Coronavirus e il cambiamento radicale, per le imprese, della programmazione del proprio lavoro. La necessità dei negozi fisici chiusi, obbligatori durante tutta la fase del lockdown, ha messo sicuramente in evidenza una necessità: il commercio digitale.  Per le PMI ed i retailer è diventata una vera e propria questione di vita o di morte.

Per cercare di aiutare a risolvere questa emergenza Google ha pensato di cambiare le regole della promozione degli e-commerce, aprendo agli annunci gratuiti e cercando di rendere più semplice la creazione di annunci e campagne efficaci per convertire e vendere.

In che modo? Credo sia stata una campagna davvero utile e intelligente di Google per gli attori che si sono trovati per più di un mese con i pronti punti vendita chiusi.

L’Italia è una nazione composta prevalentemente da PMI, per cui, questo progetto si è certamente rivelato utilissimo per realtà di piccole e medie dimensioni che hanno visto chiudere la vendita fisica.

Google sa che si tratta di un momento molto delicato per le imprese e ha raccolto alcune risorse utili per aiutare le aziende ad affrontare questo momento difficile.

Per cui ha dato una reale mano per la creazione degli annunci online più efficaci, come, ad esempio, il suggerimento nello scrivere un testo diverso per ogni gruppo di annunci. I gruppi di annunci si riferiscono a temi, argomenti o prodotti specifici, attraverso i quali è possibile organizzare in modo efficiente la propria campagna.

Figuriamoci nei mesi in cui o retail non hanno avuto altre opportunità di vendita.

Se, ad esempio, le aziende in questione, si occupavano di progettazione di interni, Google consigliava di realizzare un gruppo di annunci chiamato “design”, uno sul “interni per l’ufficio” e un altro sul “design interni”.

Esempi del genere sono una grande mano per strutturare una campagna adeguata.

Sostanzialmente anche un colosso come Google ha capito che della solidarietà, oltre che del guadagno, c’era necessità per il bene collettivo e delle aziende e dei retail

Per cui, imprese, è il momento di utilizzare questi enormi vantaggi per rimettere in pari le attività e ridare agli imprenditori un meritato sorriso.

Whatsapp Pay: al via la sperimentazione in Brasile
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Whatsapp Pay: al via la sperimentazione in Brasile

Con Whatsapp Pay l’applicazione di messaggistica più usata al mondo diverrà anche un portafoglio virtuale

Whatsapp è certamente l’app di messaggistica più usata al mondo, con oltre un miliardo e mezzo di utenti registrati, e a breve potrebbe diventare anche l’app di pagamento più diffusa sul pianeta. Il servizio WhatsApp Pay, lanciato in via sperimentale in Brasile nelle scorse ore, rappresenta l’ultima novità in fatto di pagamenti digitali ed permetterà a chiunque lo acquisti (si tratta infatti di un servizio a pagamento) di inviare e ricevere denaro con la stessa semplicità con cui si invia un messaggio.

A dire la verità era da tempo che il progetto era in cantiere: Facebook Inc. infatti stava cercando da anni di seguire la strada tracciata da WeChat, app di messaggistica cinese che, fin dal 2014, consente ai suoi utenti di trasferire valuta tramite una funzione integrata verso un qualunque altro account WeChat verificato. WhatsApp Pay non è funzione a se stante, ma opera tramite la piattaforma Facebook Pay e permette di collegare una qualsiasi carta di credito o di debito (attualmente limitate ai circuiti Visa e Mastercard brasiliani durante la fase di prova) al proprio portafoglio virtuale. Una volta stabilita la connessione

Con questo suo ultimo annuncio è chiaro che Zuckerberg stia cercando di entrare nell’economia “che conta” in ogni modo possibile e io personalmente mi aspettavo una mossa del genere fin dal 2009. Dopo l’annuncio di Facebook Shop avrei creduto che le prossime grandi novità avrebbero riguardato il progetto Libra e la moneta digitale “a marchio” Facebook sui quali la società sta già lavorando, ma questa a mio avviso è addirittura più importante. L’enorme diffusione di WhatsApp e il fatto che stiano già venendo usato da molte imprese in ambito business fa capire come un simile sistema potrebbe letteralmente cambiare il mercato, permettendo di gestire sia i pagamenti che gli ordini attraverso un unico canale.

Le possibilità sono enormi, soprattutto se si pensa alle piccole imprese o alle attività in cui fino ad ora non è stato possibile (per questioni logistiche o di budget) integrare i pagamenti elettronici. Il fatto di poter permettere ai propri clienti di pagare tramite, in sostanza, l’invio di un messaggio renderebbe possibile il passaggio all’economia digitale a tutte quelle imprese che fino ad ora erano rimaste tagliate fuori. Il nostro Paese potrebbe beneficiare in particolar modo di questa novità, considerando l’alto numero di piccole attività a conduzione familiare ancora presenti sul territorio che finalmente avrebbero la loro chance di digitalizzarsi completamente.

Per ora è ancora presto per dire se l’esperimento in corso in Brasile avrà successo, ma io sono convinto che tra non molto potremo andare al bar, ordinare un caffè e pagarlo con un “messaggino”, evitandoci code alla cassa, resti e centesimi dispersi.

Negozi online: Zara punta tutto sul digital
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Negozi online: Zara punta tutto sul digital

Con il recente successo dei negozi online il colosso dell’abbigliamento decide di chiudere 1200 punti vendita.

Che la pandemia abbia costretto molti a chiudere a questo punto non è più una novità, ma la decisione di Zara di staccare la spina a 1200 punti vendita distribuiti tra Asia e Europa è un grosso segno di cambiamento. A causa dell’emergenza sanitaria nel primo trimestre di quest’anno il colosso dell’abbigliamento spagnolo ha registrato un calo delle vendite nei suoi centri pari al 44%, con una perdita di circa 409 milioni di euro. Mentre però sul retail fisico le cose precipitavano, al contrario le vendite nei negozi online e sugli store digitali hanno visto un’impennata del 50% nei primi tre mesi e di un’incredibile 95% lo scorso aprile, compensando abbondantemente quanto perso sull’altro versante.

A fronte di questi dati il gruppo Inditex, proprietario del marchio, ha deciso di modificare radicalmente il suo piano di investimenti, annunciando la chiusura di 1200 negozi e dichiarando che sbloccherà a breve 2,7 miliardi di euro di investimenti per potenziare le proprie piattaforme online, di cui 1 interamente dedicato all’e-commerce. A questo investimento vanno sommati i 2,5 miliardi spesi tra il 2019 e l’inizio dell’anno per lo stesso scopo, per un totale di ben 6,2 miliardi di euro impiegati per lo sviluppo del reparto digital. Stando alle previsioni della stessa holding entro il 2022 l’online rappresenterà il 25% del suo fatturato totale e i punti vendita diverranno principalmente centri di distribuzione con la possibilità di ritiro degli acquisti online.

Se mai ci fosse bisogno di un’ulteriore conferma di quanto dico da sempre questa notizia lo è sicuramente. Pensare che un marchio così grande e così famoso possa cambiare completamente rotta rispetto al passato e dedicarsi con così tanti mezzi ai negozi online da una chiara visione di dove andrà il futuro. I numeri parlano da soli, un aumento del 95% è sicuramente qualcosa che spinge a riflettere. Nonostante la quarantena abbia avuto un ruolo centrale in quest’aumento è chiaro come, anche adesso che è possibile uscire e recarsi nei negozi, molti acquirenti che hanno sperimentato i vantaggi degli shop digitali continueranno ad usarli anche in futuro.

Per questo adesso è il momento di scegliere: restare ancorati al passato o cercare di costruirsi un futuro. La spesa per mettere su un e-commerce è irrisoria rispetto ai potenziali ricavi e perfino le piccole e medie imprese hanno tutti i capitali necessari per avviarne uno. Con le abitudini dei consumatori profondamente modificate e una necessità di vendere velocemente molte altre grandi compagnie decideranno sicuramente di seguire l’esempio tracciato da Zara. Il solo modo per rimanere sul mercato è adattarsi subito a questa nuova tendenza prima che il mercato si stabilizzi del tutto e chiuda fuori chi non ha compiuto il passaggio al digital.

Cinema digitale: quando la sala è online
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Cinema digitale: quando la sala è online

Il cinema digitale potrebbe diventare lo standard dopo l’emergenza coronavirus.

Quando si pensa alle attività a cui abbiamo dovuto rinunciare fino ad ora a causa del Covid-19 c’è solo l’imbarazzo della scelta: passeggiare, andare in palestra, uscire la sera e naturalmente andare al cinema. L’industria però non è rimasta in silenzio di fronte alla crisi e ha prontamente risposto in maniera decisa riproponendo un concetto che stava già prendendo piede da qualche tempo: il cinema digitale.

Con la chiusura delle sale molti film programmati per uscire durante la quarantena e che non potevano essere posticipati erano a rischio di cancellazione, delle perdite che le case cinematografiche non erano disposte a subire. Per risolvere il problema si è quindi pensato di bypassare in toto le sale e di far uscire le pellicole direttamente tramite i servizi di streaming online e quelli on demand. Ovviamente di fronte alla prospettiva di nuovi guadagni le piattaforme in questione non si sono certo fatte pregare e si sono subito organizzate per venire incontro a questa richiesta tra cui i più famosi sono certamente Amazon Prime Video e Sky Primafila.

Questo tipo di pubblicazione è una rivoluzione per l’industria: non è infatti una novità che certe produzioni vengano pensate direttamente per il mercato home video, ma qui si parla di film ad alto budget, su cui i vari studios puntano tutto, resi disponibili globalmente dal produttore al consumatore e senza passaggi tramite terzi come finora è stato. Prendendo in esempio Trolls World Tour, film di animazione rilasciato recentemente in digitale in tutto il mondo, che nel giro di tre settimane ha guadagnato cinque volte quanto il suo capitolo precedente avesse fatto in cinque mesi di sala.

Con un simile precedente è chiaro come il mercato dovrà adattarsi velocemente a questa nuova realtà, considerando il volume d’affari potenziale derivante da un tipo di distribuzione così diretto. La magia del buio in sala potrebbe presto finire, abbandonata in favore della comodità del cinema digitale.

Strumenti digitali per mantenere il contatto coi clienti
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Strumenti digitali per mantenere il contatto coi clienti

Quali strumenti digitali sono stati usati, nello specifico, per mantenere il contatto?

Per rimanere in contatto con i propri clienti, durante la quarantena, sono stati usati dalle aziende nuovi e interessanti strumenti digitali.

Innanzitutto il Public Speaking Online: i video si sono davvero dimostrati uno strumento imprescindibile per rimanere in contatto coi clienti e con le altre persone interessate al business delle aziende.

La quarantena ci ha impedito gli eventi dal vivo e gli appuntamenti di persona, ma ci ha consentito l’organizzazione di videochiamate, webinar e dirette.

Negli ultimi mesi ci siamo quasi abituati a pensare il lavoro in modo completamente diverso e abbiamo iniziato a usare strumenti tecnologici come il public speaking online.

Strumenti digitali, di cosa stiamo parlando?

Di cosa sto parlando nello specifico? Dell’utilizzo di strategie e strumenti per rimanere in contatto con tutte le altre persone che lavorano con noi. A questo strumento è stato integrato anche l’uso delle videochiamate, delle dirette e dei webinar.

Negli ultimi 3 mesi, prima dell’inizio della fase 2, le attività professionali, commerciali, industriali erano sostanzialmente gestite tramite dispositivi digitali.

Personalmente, abituato come coach e formatore, a giornate di corsi in aula, non è poi stata una vera e propria rivoluzione.

Posso però constatare che solo in questi mesi di proibizione nella vicinanza fisica, ho visto con esperienze pratiche quanto sia importante il contatto, se non epidermico, della stretta di mano finale, empatico e compliante, anche se a distanza, del public speaking.

Piccole indicazioni che vorrei condividere con te sono la gestione di una scaletta settimanale, come quella fatta per “È lì che andrà il futuro” , la scelta di una app consona per accogliere nei tuoi webinar, seminar e dirette un numero importante di interlocutori.

In questo modo ti accerterai di aver preparato un “ufficio” virtuale consono e comodo per tutti.
Altra cosa, davvero importante, è la gestione dei contributi che verranno condivisi nelle tue dirette, come le domande, le richieste di chiarimenti o di ulteriori specificazione da parte del pubblico che ti ascolta.

Come non perdere pezzi:
Prendi nota di tutto, rispondi ai tuoi interlocutori e se non puoi farlo subito fatti lasciare un recapito telefonico o mail.
Pensa quindi anche alla tua agenda contatti.
Nessuno si Ferma se il lavoro viene gestito e organizzato!

Hai bisogno di maggiori delucidazioni sull’argomento?
Sono a disposizione per chiarimenti su come programmare percorsi di public speaking, webinar e seminar in modo utile e proficuo. Buon lavoro!