Robot e IA, alleati preziosi nella lotta al Coronavirus
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Robot e IA, alleati preziosi nella lotta al Coronavirus

Con l’emergenza del Covid-19 la Cina sta affrontando una delle sue più gravi crisi degli ultimi diciotto anni, ma sembra che finalmente il paese possa cominciare a tirare un sospiro di sollievo.

Sembrerebbe che i robot e l’IA possano rivelarsi alleati preziosi nella lotta al Coronavirus

Il numero di contagi è in forte diminuzione (quasi nulli al di fuori della provincia dell’Hubei) e di questo la Repubblica Popolare Cinese deve ringraziare non solo tutti i suoi medici e operatori sanitari, veri e propri eroi di questa emergenza, ma anche un alleato meno visibile ma altrettanto importante: la tecnologia, sotto forma di robot e IA.

Il leader cinese Xi Jinping, con l’aggravarsi della situazione riguardo il Coronavirus poco più di un mese fa, ha pensato bene di sfruttare tutte le risorse a sua disposizione per contenere il contagio.

Lanciando un appello ai colossi hi-tech del paese, come Alibaba, Baidu e Tencent, perché mettessero a disposizione i loro ultimi ritrovati per combattere questa battaglia contro il virus, il presidente Xi si è assicurato di mettere in campo tutta la potenza tecnologica cinese per gestire questa emergenza sanitaria…e i risultati non si sono fatti attendere.

Il governo, tramite l’uso di applicazioni in grado di sfruttare i Big Data, ha potenziato il suo spesso criticato sistema di sorveglianza nazionale, composto da circa 200 milioni di telecamere installate su tutto il territorio, in modo da utilizzarlo per far rispettare la quarantena.

Queste nuove e perfezionate telecamere intelligenti non solo sono in grado di individuare in tempo reale chi non porta la mascherina e segnalarlo, ma anche di effettuare vere e proprie scansioni termiche per stabilire se il soggetto ha la febbre.

Non sono mancati inoltre nuovi ritrovati tecnologici pensati per aiutare chi lavora direttamente sul campo, come medici e forze dell’ordine. Alibaba ha sviluppato un nuovo sistema di scansioni TAC basato su intelligenza artificiale, in grado di stabilire in soli 20 secondi se un soggetto è affetto da Covid-19 con un’accuratezza del 96%.

A questo si aggiunge anche un nuovo tipo di casco attualmente in uso dalle forze di polizia di Chengdu.

Questo casco è in grado di rilevare la temperatura di chiunque nel raggio di 5 metri attorno a chi lo indossa. Con l’epidemia ormai in via di contenimento questo ci fa riflettere non solo su come la Cina sia ormai una vera e propria potenza tecnologica a livello globale, ma anche su come la tecnologia stessa stia progredendo ad un ritmo vertiginoso.
In pochi anni ad esempio gli scan adesso utilizzati per individuare il Coronavirus potrebbero essere adattati in modo da individuare in pochi secondi un numero enorme di malattie, aiutando così milioni di persone in tutto il mondo.

Le possibilità sono infinite, solo il tempo potrà dirci cosa accadrà certo rimane sempre la preoccupazione che tutta questa tecnologia possa essere usata anche per controllare la popolazione da remoto.

Vedremo

Coronavirus e fake news, è più pericolosa la bufala o la bufala sulla bufala?
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Coronavirus e fake news – Quanto è pericolosa la bufala?

Giusto un paio di giorni fa è comparso un video in rete e, subito dopo, in tantissimi gruppi sui social. Il tema? Il Coronavirus. La data di pubblicazione del video? Il 2015.
Attimi di silenzio. Allora sapevamo già tutto e qualcuno lo ha nascosto?

Coronavirus e fake news, è più pericolosa la bufala o la bufala sulla bufala?

Nello specifico, di cosa parla?
Il video in questione si riferisce ad una sperimentazione condotta in Cina sull’ingegnerizzazione di un Coronavirus animale, il servizio è sicuramente vero come anche la notizia, vista la fonte, ma pubblicarlo ora fa venire il dubbio, ad un osservatore disattento, che la reale origine del Sars 2cov19 fosse una sperimentazione sfuggita di mano, lasciando al popolo la suggestione del dolo o della colpa.

Nei giorni scorsi, è uscito un articolo su Nature che dimostra l’origine animale del virus e che esclude l’ipotesi della bio-ingegnerizzazione.
Per cui, la notizia pubblicata, quella del video, è stata immediatamente identificata come una fake news!

Un vero e proprio caso mediatico di dimensioni gigantesche.

Ma anche in questo caso dire che il servizio del 2015, per altro fatto dalla testata nazionale, sia una fake news è un errore grave. Lo ripeto la fonte è più che attendibile solo che non parla del virus attuale.
In questo momento non abbiamo lo spirito critico e la lucidità per valutare anche le stupidaggini pubblicate in rete? Quali sono le “vere” fake news?
Dobbiamo credere che tutto sia una bufala?
O dubitare della smentita della bufala?
Quale è il livello di fiducia che possiamo permetterci di attribuire ad una notizia e alla sua immediata rettifica? A cosa dobbiamo credere?
Insomma tantissime domande a cui non troviamo risposte certe.

Alcuni piccoli suggerimenti:

  1. controlla la fonte se è attendibile
  2. Non leggere il copy di accompagnamento che ti porta fuori strada
  3. Ascolta il video senza un pre-giudizio e allo stesso modo leggi la notizia scritta.
  4. Approfondisci il più possibile

Alla fine, anche se avrai fatto tutto questo, non essere certo di aver trovato la verità 😊

Gli effetti del Coronavirus su Google e la SEO
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Gli effetti del Coronavirus su Google e la SEO

Gli effetti del Coronavirus su Google e sulla SEO sono stati a dir poco enormi, con un impatto paragonabile a quello di un terremoto digitale. Il Covid-19 ha ormai superato ogni confine e si è diffuso in ogni parte del globo: Cina, Italia, Stati Uniti, Spagna, Iran, Corea del Sud e moltissimi altri paesi stanno affrontando questa emergenza sanitaria su scala globale. C’è però un posto di cui nessuno parla in cui il virus si è diffuso più che in ogni altro paese: il mondo digitale.

Le persone, nel tentativo di tenersi il più aggiornate possibile sulla situazione, stanno cercando sempre più informazioni sul virus, sia attraverso i media tradizionali che soprattutto attraverso la rete. Le ricerche riguardo al numero dei contagi, alle zone di diffusione e alle nuove direttive per il contenimento si sprecano e per venire in contro a questa richiesta l’algoritmo di ricerca di Google si è adattato nel giro di pochissimo tempo. Tanto per fare un esempio: digitando la parola “corona” e avviando una ricerca di Google vediamo come vengano proposti decine e decine di risultati a tema Coronavirus, mentre se avessimo effettuato la stessa ricerca poco più di un mese fa ci saremmo trovati di fronte ad una lunga serie di notizie mondane sul noto fotografo Fabrizio Corona. Questo è uno degli effetti del Coronavirus su Google.

Gli effetti del Coronavirus su Google

Di fronte ad un cambiamento così radicale nella richiesta di informazioni e nella vita quotidiana, i media sono costretti a rivedere tutto quanto il loro lavoro per venire in contro alle nuove esigenze del pubblico. In quella che possiamo definire come una vera e propria “corsa alla notizia” i vari siti di informazione non si limitano più semplicemente a riportare i fatti, ma analizzano e approfondisco ogni minimo dettaglio legato al Coronavirus per non rimanere indietro rispetto alla concorrenza, generando così un flusso enorme di dati sull’argomento. In un mio articolo precedente ho analizzato la questione del pubblicare per primi una notizia, esponendo una propria realtà oggettiva, piuttosto che attendere prima di avere in mano un’improbabile “verità assoluta”.

È però anche vero che è in questo tipo di clima che prosperano le fake news, ora più che mai potenzialmente molto pericolose. Considerando che la maggior parte delle informazioni ricercate riguardano temi come la salute o le nuove norme di legge è facile capire come informazione false diffuse ad hoc con il solo scopo di generare traffico possano portare l’ignaro lettore a comportamenti e considerazioni sbagliate se non riconosciute in tempo. Il mio consiglio è quindi quello di tenersi sì informati, ma di filtrare tutto quello che leggiamo o sentiamo con ancor più attenzione in modo da poter isolare la verità dei fatti rispetto alle innumerevoli “realtà oggettive” che ci vengono raccontate.

Coronavirus:la digitalizzazione a supporto di cittadini e imprese
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Coronavirus:la digitalizzazione a supporto di cittadini e imprese

In questi giorni complicati a causa del coronavirus, sto osservando una nota positiva ed utile per il lavoro nonostante tutto, la digitalizzazione dei servizi.

La digitalizzazione dei servizi sarà di supporto di cittadini e imprese durante l’emergenza coronavirus

Grandi imprese e grandi gruppi, sul sito del Governo, hanno messo a disposizione servizi gratuiti di digitalizzazione per aiutarci in questo momento difficile in cui è bene rimanere a casa.

Ogni giorno leggiamo aggiornamenti sul tema Coronavirus, e, noi professionisti nel mondo dei social, abbiamo scelto di continuare il nostro lavoro in remoto.

Siamo nelle condizioni di poterlo fare ma ci rendiamo conto della complicazione negli altri settori.
Quindi, un plauso a queste Aziende perché questa è una marcia in più nel settore della digitalizzazione!

Quali sono i servizi digitalizzati per il Coronavirus?

Vi faccio alcuni esempi:

  • Vodafone elimina limiti di minuti e giga;
  • Amazon mette a disposizione formazione e Prime Video;
  • Mondadori regala Abbonamenti gratuiti per tre mesi ai magazine del Gruppo;
  • La Repubblica gratis per 3 mesi;
  • La Stampa gratis per 3 mesi;
  • Amazon Web Services (AWS) mette a disposizione di Pubbliche Amministrazioni, Organizzazioni non governative e non profit, Startup e Imprese impattate dall’emergenza COVID-19 i propri servizi di cloud computing (attraverso crediti promozionali AWS), il proprio supporto e la propria assistenza per progetti digitali legati al superamento delle criticità, offrendo ad esempio soluzioni di smart working, ambienti di collaborazione on-line e creazione di contact center avanzati. Il supporto verrà fornito per tutto il periodo di vigenza del DPCM 9 marzo 2020.
  • Connexia mette a disposizione per due settimane l’uso gratuito della piattaforma di smart working Webex, a tutte le realtà che lo richiederanno. Al termine del periodo non ci sarà alcun obbligo o costo per l’utente.
  • Tim offre GB illimitati da mobile per 1 mese per i tutti i clienti con un bundle dati attivo (attivabile online su TIM Party). Chiamate illimitate da fisso fino a fine Aprile per tutti i clienti che non hanno le chiamate incluse.
  • Cisco e Ibm, invece, per aziende e professionisti, rendono disponibili, gratuitamente, l’accesso a Cisco Webex Meetings: la piattaforma consente il lavoro da remoto, permette di pianificare e partecipare a riunioni, collaborare e condividere documenti e dati. Previsto inoltre, l’affiancamento e il supporto da parte di volontari IBM.

La lista è ancora lunga e potete trovarla qui, ma il concetto è chiaro: in momenti come questi, durante questa crisi legata al coronavirus, la solidarietà pensata non solo per la popolazione ma anche per le aziende, fa la differenza, aiuta il lavoro.

E l’utilizzo della digitalizzazione messa a disposizione rincuora la programmazione del futuro e la possibilità di rimanere sul pezzo!
Buon lavoro a tutti!

Contro la cyber censura: è meglio essere primi o dire la verità?
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Contro la cyber censura: è meglio essere primi o dire la verità?

A ridosso della giornata mondiale contro la Cyber Censura mi piacerebbe parlarvi del mio punto di vista.

È meglio essere primi o dire la verità contro la cyber censura?

 

Nel mondo della informazione, in generale, è meglio essere primi nel dare una notizia o dire la verità?  In che modo possiamo comportarci contro la cyber censura?

Io parto dal presupposto che la verità, così come la descrivono, non esiste. Infatti, ognuno scrive la “propria” realtà, l’interpretazione della propria realtà, che dipende dal filtro con cui ognuno la vede.
Quindi nella scrittura, ognuno riscriverà ciò che crede di aver visto. Ma non tocchiamo ancora il punto della cyber censura.

Anche nei dibattiti tra più persone, nelle discussioni, non esiste un possessore della verità che si possa definire esclusivo.

L’unico ad avere davvero ragione, ad esempio nei processi, è il supporto del giudice svolto dalla telecamera; asettica, esterna al dibattito, che registra la realtà e che può essere utile per
ristabilire, quindi, la verità.

Quindi, secondo questo ragionamento, anche i giornali non dicono la verità, dicono la realtà.


Siamo abituati a sentir parlare di censura e di stampa sempre in modo particolare, a volte equivoco.

Ecco, di quello, ovvero della cyber censura imposta in alcuni stati, però, ho già parlato precedentemente in questo articolo, che mi piacerebbe rileggeste.

In questo articolo mi preme mettere in evidenza il concetto per cui la verità non esiste, ognuno scrive la propria realtà e la descrive, usando il filtro con cui la vede.

Gli infiniti approfondimenti e giornali che stiamo seguendo in questi giorni, raccontano, ad esempio, lo stesso argomento.
L’unica differenza è il punto di vista, che varia secondo l’interpretazione della propria realtà.
Quindi, a questo punto, mi domando e vi domando: è meglio essere primi a dare la notizia o è meglio dire la verità?

La verità è oggettiva, in realtà noi scriviamo la realtà che invece è soggettiva!

In questi giorni, molto particolari, invito tutti ad osservare in modo oggettivo e di chiedervi poi che verità e realtà cogliete.

Mi piacerebbe conoscere il vostro punto di vista.

Coronavirus: houseworking, un punto di non ritorno?
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Coronavirus: house working, un punto di non ritorno?

Il Coronavirus ha fatto attuare dei provvedimenti sensazionali per i lavoratori e per la società civile. Ma è una bomba esplosa senza detonatore? Il mio punto di vista su questa vicenda e sull’house working è legata ad un articolo dell’ANSA che ho letto pochi giorni fa, per cui sembrerebbe che il Social network Twitter incoraggi il telelavoro e tutti i suoi dipendenti a lavorare da casa se sono in grado di farlo. .

Con il coronavirus, Twitter incoraggia quindi il telelavoro?

Per coloro con sede a Hong Kong, Giappone e Corea è obbligatorio. Ma anche in Italia il Governo ha appena deciso per la chiusura delle scuole di ogni ordine, comprese le università, come metodo aggiuntivo per proteggerci dal Coronavirus. Qual è il risvolto immediato di questo provvedimento? In cosa consiste l’house working di cui sentiamo parlare ormai da giorni?

Twitter incoraggia tutti i suoi dipendenti a lavorare da casa se sono in grado di farlo in ottica di abbassare i rischi di contagio da Coronavirus. In un post sul blog del social , infatti, la compagnia spiega che l’obiettivo è “abbassare la probabilità di diffusione del Coronavirus per i dipendenti e per il mondo in torno a noi”.
La decisione, scrive Twitter, è presa in eccesso di cautela nei confronti della diffusione del Coronavirus.

L’Italia e il Coronavirus

E in Italia invece? In che modo si può usufruire del telelavoro? In che modo il Governo ha pensato ad un piano di cautela nei confronti dell’emergenza e di garanzia per i lavoratori?

Noi che per professione ci occupiamo dei social network, conosciamo già le dinamiche del lavoro in remoto, sia per logistica che per la necessità di garantire le estemporanee. Spesso, infatti, ci troviamo nelle condizioni di poter lavorare non solo necessariamente da un posto specifico ma piuttosto in fasce orarie a volte elastiche.

Ma questo panico globale sul Coronavirus a cosa porterà? È stato diffuso il provvedimento per cui, fino alla metà del mese, scuole e università saranno chiuse, e probabilmente anche tutti i cinema e i teatri.
L’ house working  è ovviamente, in un caso come questo, utile e fondamentale per continuare, in modo accettabile, la propria quotidianità lavorativa.

E se questo processo durasse mesi, piuttosto che solo 15 giorni? In che modo le aziende prenderanno in considerazione l’idea che l’house working, in realtà, è un punto di forza piuttosto che di debolezza?

Skullbreaker Challenge: la nuova pericolosa sfida su TikTok
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Skullbreaker Challenge: la nuova pericolosa sfida su TikTok

La Skullbreaker Challenge è solo l’ultima di questa lunga lista di “giochi”, ma che si differenzia dalle altre per alcuni aspetti a dir poco allarmanti. Non è certo la prima volta che sentiamo parlare di sfide online lanciate come gioco che rischiano poi di sfociare in gesti pericolosi. Al contrario di quanto avviene di solito in questo tipo di azione, dove sono gli stessi partecipanti a correre volontariamente dei rischi, qui ad essere a rischio è una “vittima” del tutto inconsapevole di quanto sta per accadergli.

Skullbreaker Challenge: come funziona?

Gli eventi si svolgono in questo modo: due ragazzi, che partecipano alla sfida ben sapendo di cosa si tratta, coinvolgono un terzo soggetto che è all’oscuro di tutto. Fatto questo i tre si allineano orizzontalmente con il ragazzo-bersaglio al centro e iniziano a saltare a turno, mentre un “complice” degli altri due riprende tutta la scena. Arrivato un momento in cui il ragazzo al centro si trova a mezz’aria durante un salto, i due ai lati con un movimento simile ad uno sgambetto spingono con forza le gambe di quest’ultimo verso l’alto, che non può far altro che cadere di schiena. L’impatto, date la spinta del salto e quelle del doppio sgambetto, risulta spesso molto violento e con il serio rischio che il malcapitato sbatta la testa con conseguenze estremamente gravi.

Genitori preoccupati per la Skullbreaker Challenge

Lanciata su TikTok poco tempo fa, la Skullbreaker Challenge sta già diventando virale e causando immense preoccupazioni fra i genitori. In molte chat di gruppo fra adolescenti girano già diversi video che mostrano ragazzi e ragazze impegnati nel portare a termine la sfida e le conseguenze per chi, suo malgrado, finisce in mezzo a tutto questo senza sapere quanto sta per capitargli. Possiamo sperare che questa moda delle “challenge” sempre più violente vada scemando, ma senza una corretta educazione sia digitale che personale la catena di sfide pericolose non finirà mai.

Fuffa contro giornalisti 0 a 1
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Fuffa contro giornalisti 0 a 1 – Blog Umberto Macchi

Fuffa contro giornalisti 0 a 1 è il titolo di questo nuovo articolo del Blog, pensato dopo aver letto degli articoli sul mondo dei social.

 

Negli ultimi giorni, ho avuto modo di confrontarmi con degli spunti interessanti sulla comunicazione sui social, nelle pagine di un caro amico, Riccardo Scandellari, che ci esorta a dare valore a Copy con struttura e che ci garantiscano un vero e proprio pubblico mirato e realmente interessato, per cui il titolo di questo articolo è Fuffa contro giornalisti 0-1.

 

Il consiglio alla base di questo interessante ragionamento è quello di non pubblicare giusto per farlo, quindi, l’era dei post corti può essere almeno parzialmente sostituita con post lunghi che parlino in maniera approfondita di ciò che vogliamo comunicare?

 

Sono ormai passati molti anni dalla nascita dei Social network e probabilmente, le persone, si sono stancate di leggere una quantità infinita di post di brevissimo testo, post dove ci sono soltanto immagini poco scritto e molto abbreviato, oggi probabilmente vogliono leggere post utili, post rilevanti e pertinenti.

 

Ecco, leggere questi ragionamenti, del mio amico Riccardo, ha lasciato in me una serie di domande e riflessioni.
Potremmo quindi concentrare la nostra attenzione a creare contenuti di valore, che lascino spunti e facciano fare considerazioni, che facciano crescere e arricchiscano coloro che ci vengono a leggere dandoci il bene più prezioso che hanno, il loro tempo.

 

In questa ottica mi sembra chiaro ed è semplice poter affermare che, sempre di più,  i Brand che sapranno comunicare in modo adeguato, con contenuti utili, anche se il testo sarà lungo, avranno maggiore attenzione da parte del pubblico.

 

Tra tutte le professioni che hanno affrontato un lungo momento di crisi, sicuramente spicca la categoria dei giornalisti, che hanno visto decrescere il potere della comunicazioni sui giornali e in televisione a favore dei Social Network.

 

Oggi, come avevo detto ormai tanti anni fa, la gente ha fatto indigestione di contenuti di bassa qualità e la differenza la farà chi realmente sa scrivere, ne ha esperienza storica e conosce le regole della comunicazione efficace, ma soprattutto che arrivano al cuore dei lettori.

 

Ricordo una particolare giornata di formazione, tenuta proprio all’ordine dei giornalisti, dove gli dissi che secondo me in un certo lasso di tempo i contenuti di scarso valore avrebbero lasciato spazio a nuovi contenuti di valore, avevo dunque previsto la crisi come la ripresa, ed oggi il tempo ha confermato la mia ipotesi.

 

Per me, quindi, in questo contesto primeggia la voce di giornalisti, di cronisti, di chi racconta storie strutturate, di chi veramente ha competenze di Storytelling e che in questo momento storico troverà nuova visibilità.

 

È questo il futuro per tutte quelle aziende che vorranno comunicare in modo efficace.

Dovremmo essere capaci di tornare a post interessanti, utili, pertinenti, scritti in una lingua semplice, chiara e comprensibile.

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Digital coach, la figura dell’era digitale

Il digital coach è, nel mondo aziendale, la figura esperta legata alle tecnologie digitali e alle comunicazioni web.

 

Per questo nascono professioni emergenti legate a questo settore, come ad esempio quella di Digital Coach.
In questo articolo del Blog voglio parlarvi di questa interessante nuova professione, che poi in realtà, se la analizziamo con attenzione, così nuova non è.

 

Chi è e cosa fa un Digital Coach?
Parliamo sicuramente di una professione già molto diffusa negli Stati Uniti che si sta diffondendo anche da noi.

 

Il ruolo di questa figura è di accompagnare aziende e professionisti verso la conoscenza e l’utilizzo di varie competenze digitali con lo scopo di migliorare i processi e i risultati operativi dove queste vengono utilizzate.

 

Quindi, in sostanza, un Digital Coach deve sapere conoscere e utilizzare al meglio tutte le nuove tecnologie digitali riguardo il marketing, le vendite, i processi interni aziendali e la gestione dei clienti.

 

Dato che queste competenze sono molte, spesso un’azienda ha bisogno di più di un Digital coach per settore di applicazione.
Ci sono molti vantaggi a lavorare come Digital Coach, primo fra tutti quello di poter lavorare quasi sempre in autonomia e da remoto oppure comunicare tramite videochat, skype o hangout con i clienti. Un lavoro moderno che si dota di strumenti moderni e tecnologicamente avanzati

 

Al momento non c’è una scuola specifica per la formazione alla professione di Digital Coach ma attraverso la formazione in aula di percorsi che sommano alla teoria la vera e propria pratica sul campo è possibile formarsi per creare le giuste competenze richieste nel ruolo.

 

Un Digital Coach si può specializzare in uno dei vari ambiti a scelta tra digital strategy, sem, seo, web analytics, social advertising, conversion rate optimization, e-mail marketing, creazione di siti con cms open source, inbound marketing, e-commerce, lead generation.

 

Insomma, in tutta una serie di skills tecnologicamente ben differenziate e posizionate.

 

Quindi alla domanda “Chi è e cosa fa davvero un Digital Coach?” si può rispondere che il Digital Coach è un esperto del settore digitale che offre la sua consulenza ad aziende e professionisti e conosce innovazioni e tecnologie da applicare all’operatività aziendale in vari contesti.
E tu? Cosa conosci di questo lavoro?
Se vuoi saperne di più puoi leggere sul mio nuovo libro “Fa Che Ti Chiamino Loro” un capitolo specifico che ti spiega meglio tutto.
In che modo puoi sviluppare il tuo business in modo utile per te e  per i tuoi clienti?
Social Media Marketing: Il Marketing 2.0 con le Web Agency
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Social Media Marketing: Il Marketing 2.0 con le Web Agency

Il social marketing è un servizio che le aziende moderne non possono ignorare in quanto la propria presenza sui social network è di totale importanza per realizzare un business migliore, per raggiungere e garantire la conversione di un utente in cliente.

In questo articolo voglio parlarvi del business 2.0 creato proprio grazie allo strumento dei social e che ha come obiettivo la definizione del branding aziendale, del posizionamento e infine la realizzazione della vendita.

Il social media marketing, qual è il più adatto per me?

Una volta scelto il canale social più adatto a presentare la propria attività al pubblico è opportuno creare la pagina aziendale di rappresentanza e pensare e strutturare un’idonea campagna di Social Media Marketing

È quindi necessario sapere dove trovare il proprio target, ricordandoci che ogni social network ha le sue caratteristiche.

 

LinkedIn, ad esempio, è la piattaforma dei professionisti, quindi utile per posizionarsi nel mondo delle imprese.
Twitter è il canale più utilizzato per diffondere notizie, parlare di momenti attuali, leggere il pensiero degli “influenti”.
Youtube è lo strumento più utilizzato per avere informazioni su come fare qualcosa, attraverso video, spesso virali.
Instagram è sempre più il canale di chi ha dei prodotti da fotografare e ingaggia un pubblico davvero composito.
Facebook, non da ultimo, è il social network più utilizzato al mondo e ottimo strumento di conoscenza.

 

A questo punto l’ideale sarebbe rivolgersi a chi realizza il marketing 2.0, ovvero le web agency, scegliendo chi è esperto nella comunicazione aziendale sui social network e che é in grado di realizzare campagne di social marketing.

 

Per emergere sui social infatti oggi è sempre più necessario investire in pubblicità dopo aver analizzato il target dei clienti ottimali.

 

È certamente importante valutare su quali social è meglio posizionarsi, in quanto il social media marketing deve avere una strategia dedicata per procedere alla creazione delle pagine e profili aziendali rispettando il brand.

 

Infine, ma non per importanza, importante è investire nelle campagne a pagamento dopo aver definito il nostro budget.
E tu? Che conoscenza hai di questo settore? Conosci il lavoro che le web agencies mettono a disposizione?

 

Grazie al mio libro “Fa Che Ti Chiamino loro” potrai ottenere alcuni di questi consigli e capire come poter migliorare la conversione con il social media marketing

 

Se hai ancora dei dubbi, sono a disposizione per darti maggiori dettagli sull’argomento!